La tomba dipinta di Thutmose

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Uno dei temi più affascinanti, e meno dibattuti, del l’archeologia orientale è quello della posizione nella società e dell’apprezzamento dell’opera degli artisti nelle civiltà preclassiche dell’antico Oriente e in particolare in Egitto e in Mesopotamia. L’opinione prevalente, apparentemente ben fondata, è che coloro che produssero opere d’arte che destano ancor oggi, dopo millenni, meraviglia e ammirazione appartenevano a una massa anonima di artigiani, privi nel loro tempo di particolare considerazione, valutati allo stesso livello dei numerosi artefici, dai carpentieri ai fabbri, di utensili seriali di uso comune.
Ma la questione è assai più complessa se in Egitto, in un famoso testo sapienziale composto forse già nell’Antico Regno, si dice «l’arte non ha limiti e nessun artefice possiede la perfezione», se le più prestigiose officine templari mesopotamiche erano chiamate «la casa dei creatori» con un termine che è usato negli inni in lode del grande dio creatore Enki e se, infine, i re d’Assiria e di Babilonia, erigendo i loro sontuosi palazzi, affermavano che essi questo facevano «per l’ammirazione delle genti».

Se è vero che il solo impiego del termine “artista”, che nella stessa lingua italiana è un’invenzione dantesca, rischia di produrre valutazioni antistoriche se applicato troppo disinvoltamente alle remote civiltà orientali antiche, è non meno vero che, soprattutto in Egitto sono ben documentati esempi clamorosi del fatto che coloro che presiedettero alla creazione di mirabili opere architettoniche, non solo sono ben conosciuti, ma erano straordinariamente apprezzati ed esaltati da contemporanei e posteri. Il creatore della prima grande architettura in pietra del mondo egiziano, al l’inizio della III Dinastia, e l’architetto dello straordinario complesso monumentale della piramide a gradoni di Saqqara del faraone Zoser, fu Imhotep, che fu addirittura divinizzato in epoca tarda. L’architetto della piramide di Cheope a Giza fu certamente uno dei figli del grande faraone della IV Dinastia, Hemionu, che aveva tra i suoi titoli quello di «soprintendente alle fabbriche del re» e la cui immagine è conservata in una bella statua del museo di Hildesheim. È praticamente sicuro che l’ideatore dello spettacolare tempio funerario della regina Hatshepsut a Deir el-Bahri nella Tebe occidentale fu il suo favorito Senenmut, all’apice dell’amministrazione regale durante il tormentato regno della regina della XVIII Dinastia.

Ruolo sociale altissimo e considerazione somma ebbe, pochi decenni più tardi, durante il glorioso regno di Amenhotep III, il dignitario cui si devono certo gran parte delle molte monumentali iniziative architettoniche di quel faraone: Amenhotep, figlio di Hapu, ebbe addirittura dal suo signore il privilegio, unico più che raro, di poter avere un santuario funerario nel l’area di Tebe dove erano i templi funerari dei faraoni. La considerazione di cui godette il figlio di Hapu alla corte di Amenhotep III non fu certo inferiore a quella che ebbero nel Rinascimento Leonardo alla corte di Francesco I re di Francia e Tiziano presso l’imperatore Carlo V. E probabilmente analogo fu il caso, molti secoli più tardi, di Tabshar-Assur, il tesoriere di Sargon II, cui il gran re d’Assiria affidò, come è ben documentato da una serie di lettere degli archivi reali, l’incarico di pianificare e realizzare la sua nuova capitale di Dur Sharrukin, la moderna Khorsabad.

Molto più raro è certo, comprensibilmente, il caso di grande fama di scultori anziché di architetti nelle civiltà dell’antico Oriente, ma un’eccezione straordinaria è quella di un artefice che deve essere considerato uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, quel Thutmose, che aveva il titolo di primo scultore di Amenhotep IV, il famoso faraone eretico che, rinnegando il culto di Amone di Tebe, assunse il nome di Ekhnaton e fondò, lontano dalla città santa di Amone, la sua nuova capitale di Akhetaton, sul sito moderno di Amarna. Fu nel quartiere residenziale di Akhetaton che l’egittologo tedesco Ludwig Borchardt nel 1912 riportò alla luce la casa e lo studio dello scultore Thutmose. Là fu scoperta, insieme a ventidue calchi in gesso di volti di dignitari della corte del faraone eretico, lo squisito busto dipinto della regina Nefertiti, in calcare e gesso, che, oltre che essere oggi l’emblema dei Musei di Berlino cui Borchardt consegnò l’opera dopo averla tenuta presso di sé per undici anni, è indubbiamente un immortale capolavoro dell’arte universale.

Lo scultore Thutmose, certo tenuto in grandissima stima da Ekhnaton, aveva una residenza nella nuova capitale del regno tra gli alti dignitari del rivoluzionario faraone, non diversamente da quanto accadde ai più grandi artisti del Rinascimento, ma la tomba di quell’artista famoso non era stata mai trovata.

Anche questo enigma dei tempi di Ekhnaton sembra oggi risolto: l’egittologo francese Alain-Pierre Zivie ha annunciato di recente, in un’affollata conferenza tenuta all’Università di Harvard, di aver identificato la tomba dello scultore Thutmose nella necropoli di Saqqara nella regione detta del Bubasteion, dove furono sepolti personaggi di altissimo livello della corte di Ekhnaton, dal suo vizir Aperel a Maia nutrice del futuro re Tutankhamon, a un ambasciatore egiziano presso la corte hittita. Nella tomba sono rappresentati l’artista, la moglie e i suoi figli in splendide pitture attribuite allo stesso scultore, che deve esser stato anche un pittore di grande talento.

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